Quando il sesso diventa una prestazione:
perché tante giovani donne non sentono il desiderio e non conoscono il proprio erotismo
Negli ultimi anni, sempre più giovani donne, spesso sotto i trent’anni, arrivano in terapia riportando una sensazione di “vuoto erotico”. Hanno iniziato presto ad avere rapporti sessuali, hanno storie e relazioni anche durature, ma quando parlano di sessualità emergono elementi ricorrenti: provano uno scarso desiderio, non raggiungono l’orgasmo, vivono il sesso come una sorta di compito da svolgere più che come uno spazio di piacere e intimità con sé stesse e con l’altro.
La maggior parte di loro conosce bene la teoria: sa come dovrebbe essere un rapporto, quali pratiche siano considerate “normali”, come comportarsi per “non deludere”. Ma non conosce il proprio corpo, non ha mai esplorato i propri tempi, non ha familiarità con il ritmo del desiderio, con l’eccitazione, con le sensazioni interne.
Nessuno ha insegnato loro che l’erotismo nasce dall’ascolto, non dall’imitazione.
Così diventano esperte di tecnica, ma analfabete di corporeità. Le prime fonti di informazione sono spesso i siti porno, i social, i racconti dei pari. In questi contesti la sessualità viene proposta come qualcosa da “saper fare” e non come un’esperienza da sentire.
Il risultato?
Una pressione costante a dimostrare di essere brave, desiderabili, competenti.
Il piacere passa in secondo piano; conta apparire sicure, seduttive, “giuste“ e cosi il sesso diventa una modalità per evitare i conflitti con il partner e scongiurare possibili tradimenti, In questa cornice non c’è spazio per il piacere e il desiderio personale: l’atto sessuale è un mezzo, non un fine.
Questo porta molte giovani donne a vivere rapporti sessuali che non desiderano davvero, con un progressivo distacco dal proprio piacere. E spesso cresce in loro una sensazione di inadeguatezza: “Non provo niente, quindi sono sbagliata”.
Queste ragazze si trovano immerse in una cultura che chiede loro due cose opposte:
- essere libere, disinibite, sempre disponibili;
- ma allo stesso tempo non troppo “sapienti”, non troppo autonome, non troppo assertive sul piacere.
Il piacere femminile è ancora un territorio ambiguo: desiderato, temuto, giudicato.
Non stupisce che molte giovani donne vi arrivino confuse, o addirittura spaventate.
In terapia, il lavoro parte spesso da alcuni pilastri fondamentali:
a) Restituire il diritto al desiderio
Aiutare la persona a capire che il desiderio non nasce perché “deve”, ma perché c’è spazio interno per sentirlo. E questo spazio va costruito.
b) Ritornare al corpo
Molte giovani donne non hanno esperienze di autoerotismo esplorativo. Lavorare sul contatto corporeo, sul respiro, sulle sensazioni, sull’immaginazione erotica diventa centrale.
c) Rinegoziare le dinamiche relazionali
Uscire dall’idea che il sesso sia uno strumento per trattenere l’altro.
Esplorare modelli di attaccamento, paure di abbandono e bisogni di conferma.
d) Educazione sessuale e affettiva
Spiegare anatomia, fisiologia del piacere, cicli del desiderio, ma anche dimensioni emotive e relazionali. E’ necessario portare cultura, non solo la tecnica
e) Lavorare sulla narrazione interna
Molte donne vivono il sesso come qualcosa che “si deve fare”.
Serve costruire una narrazione dove l’erotismo diventi possibilità, e non obbligo.
Lavorarci in terapia è necessario, ma non basta. Serve una trasformazione culturale più ampia, che insegni alle giovani donne – e agli uomini – che:
- il sesso non è un esame;
- il piacere è personale e legittimo;
- la conoscenza del proprio corpo è un diritto, non un tabù;
- il desiderio non nasce dalla prestazione, ma dalla connessione;
- l’erotismo è un linguaggio che si impara con cura e tempo.
Solo così potremo accompagnare le nuove generazioni verso una sessualità meno performativa e più umana: meno “da fare” e più da sentire.
A cura della dr.ssa Emanuela Capucci
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa Clinica