
Recensione di Giuliana Bacia
Il breve libro di Kent Haruf “Le nostre anime di notte” raffigura sapientemente un doppio ritratto: quello della cittadina immaginaria e perbenista di Holt, e quello di una coppia in età avanzata che desidera condividere il proprio mondo interiore con quello di un altro essere umano. All’inizio, a una condizione: lo spazio dell’intimità, via via sempre più profonda, è la notte, che diventa il luogo in cui le loro anime s’incontrano, dipanando i fili incerti delle loro vite, trasformando le reciproche domande in possibili risposte, quelle risposte che la solitudine ormai schiacciante impediva a entrambi di scorgere. Addie e Louis si scambiano tenerezza, emozioni, ridono spesso ricordando episodi di gioventù e piangono insieme, confidandosi con dolore immutato le reciproche perdite. Al buio, fra le lenzuola che sono pagine da riempire di parole sussurrate notte dopo notte, l’affetto si colora di una fugace sessualità, ma è la forza del legame emotivo a unirli. E sarà proprio l’intensità di un altro vincolo affettivo a sciogliere “le loro anime di notte”. Il sacrificio che Addie richiede a Louis diventa il rimpianto che impone a se stessa. La loro storia non finirà del tutto, ma sarà confinata in uno spazio di desiderio intermittente: il bisogno dell’altro, della sua premurosa presenza, il senso di vuoto, l’urgenza di avere qualcuno accanto, sarà il nuovo equilibrio che guiderà le loro esistenze. La scrittura di Kent Haruf scivola delicata nei dialoghi notturni della coppia, muovendosi aspra nel tratteggiare lo spirito degli abitanti della cittadina di Holt. La trama, in apparenza scarna e lineare, esplora con rigore i sentimenti e le ambivalenze degli affetti di una donna e di un uomo, e le ipocrisie di un piccolo mondo che giudica e condanna senza porsi alcuna domanda.